Hyper Wrapped on the road: da una botte in Toscana al Leapcon 2955
Troppi chilometri e abbastanza storie da riempire una newsletter tutta da sola
Questo pezzo, in teoria, doveva finire dentro l’Hyper Wrapped di fine anno (che adesso vive sul blog nella sezione inglese).
Mentre ci lavoravo però mi sono reso conto di due cose:
non avrei mai potuto dargli lo spazio che meritava, stretto in mezzo agli altri argomenti
sempre di più sto vedendo questa newsletter come un posto “più per gli amici” che per il resto del mondo
Quindi niente: invece di un trafiletto in fondo a un recap chilometrico, questo viaggio tra Toscana e Lazio si prende un numero tutto suo, qui.
Tra Toscana e Lazio: quattro giorni, troppe ore di macchina e un sacco di cose belle
Quest’anno ho deciso di fare una cosa che, conoscendomi, suona quasi come un bug di sistema: guidare parecchio.
Da Falcade a Vejano non è esattamente “dietro l’angolo” e, per uno che non ama particolarmente stare al volante, il viaggio è già metà dell’impresa.
Chabot in Avere tempo dice che spesso non è che non abbiamo tempo, è che lo diamo ad altro. Ecco, stavolta ho deciso di darlo a: strada, amici, botte (di legno, non quelle da orbi) e un po’ anche a me.
Prima ancora di mettermi in viaggio, mi sono posto la domanda: dove spezzare il tragitto?
In un raro momento di saggezza, ho deciso di non fare tutto in una tirata e ho chiesto suggerimenti su Threads.

Alla fine, contro ogni pronostico, ha vinto la Toscana. Perbacco! Chi lo avrebbe mai immaginato?
A quel punto la scelta di Reggello è stata quasi imbarazzante nella sua semplicità: ho aperto Airbnb, ho lanciato una ricerca generica per agriturismi e affini, ho visto una foto e ho esclamato:
Ma quella è una botte?!
Ho pigiato “prenota”. Fine. Tempo totale dell’operazione: dieci minuti. Il mio portafogli forse non era d’accordo, ma come mi disse un uomo saggio mentre si accendeva il suo cubano con l’accendisigari di SpaceX: “Si vive una volta sola”.
Il viaggio di andata: Google Maps, deviazioni creative e Telepass fantasma
Sull’andata – sia verso Reggello, sia poi da Reggello a Vejano – ci sono state tre cose che mi hanno colpito.
La prima è stata la sintesi vocale di Google Maps.
Lo so, sembra una cosa da addetti ai lavori, ma la voce ha raggiunto un livello di qualità prosodica che la rende davvero naturale. A tratti, per un orecchio non allenato, quasi indistinguibile da una voce umana vera.
(Prometto solennemente che non ci saranno altri paroloni strani da qui in avanti).
La seconda è stato il comportamento del navigatore:
invece di condannarmi a ore di coda in autostrada, ha iniziato a mandarmi dentro e fuori dai caselli, in una specie di slalom creativo per saltare le colonne di auto ferme. Sono passato pure da Montalbano… non sapevo manco che esistesse fuori dal celebre telefilm, che storia.
Certo, entrambe le tratte si sono allungate di varie ore rispetto alle previsioni iniziali, però almeno non le ho passate tutte inchiodato a un guardrail, e ho visto un po’ di panorami di pianura e collina che altrimenti mi sarei perso.
La terza scoperta è stata più… pratica: ho scoperto mio malgrado che esistono uscite solo Telepass.
Nulla di grave, per carità: non mi hanno arrestato quando sono passato senza pagare il pedaggio, almeno per adesso. È una di quelle esperienze che ti lasciano con una domanda sospesa tipo “Ok, ma questa cosa mi darà crimestat?”. Nel frattempo, sono ancora un uomo libero.
Tappa 1 - Reggello
Dopo tutte queste deviazioni creative, a Reggello ci sono arrivato sul tardi:
quella fascia oraria in cui sei abbastanza stanco da chiederti “ma chi me l’ha fatto fare?”, ma non abbastanza da crollare subito.
La prima impressione però sistema un po’ tutto: verde, silenzio, e soprattutto loro, le botti.

Dormire dentro una botte è una di quelle cose che sembrano un meme finché non ti trovi davvero a varcare la porta e pensare: “Ok, questa me la segno per quando qualcuno mi chiederà ‘posti strani dove hai dormito’”.
La Jacuzzi
Tra le sorprese del posto c’era una Jacuzzi all’aperto, impostata a 34°C.
Se me l’avessero descritta prima, avrei risposto un secco “no guarda, grazie, mi arrangio con la doccia”. L’idea di infilarmi in acqua calda con il caldo fuori non rientrava esattamente tra i miei desideri segreti.
E invece mi ci sono trovato dentro, e mi è pure piaciuto.
Il plot twist definitivo è arrivato uscendo: quasi freddo.
Il mio cervello perplesso, il corpo che diceva “in realtà stavo benissimo, perché siamo usciti?”.

Tutto intorno, solo quiete e alberi. Stanco sì, ma stanco in modo molto più accettabile.
Oli e vini che si lasciano bere con troppa facilità
Il bello del posto non si fermava alla scenografia.
I proprietari producono olio, e non un olio generico: una vera leccornia. Di quelli che ti ricordano a cosa serve davvero il pane.
Non escludo di aver esagerato con gli assaggi “per finalità di studio”.
C’era anche il vino rosso.
Io e il vino rosso di solito conviviamo per dovere sociale: assaggio, faccio sì con la testa, fine. Qui no: l’ho bevuto di buon grado, senza sforzo, senza auto convincimento. Semplicemente buono. Ogni tanto fa piacere quando è il mondo a venire incontro ai tuoi gusti e non il contrario.

Giuro che la foto è mossa perché non sono capace io, non perché fossi barcollante!
Perdersi in casa (e nella vita) altrui
Attaccata alle botti c’era la casa‑museo dell’artista locale Mario Bernini.
Se lo chiedete a me, lì dentro c’erano troppe cose: quadri, oggetti, forme ovunque, e quei colori scuri tipici di una certa estetica anni ’70 che a me danno un immediato senso di occlusione. Io sono decisamente più da toni chiari, spazi aperti, poche cose ma messe bene. Un giorno mi piacerebbe fare una vera esperienza di minimalismo estremo: una stanza, un letto, una sedia e basta.
Però, nonostante l’ambiente fosse lontano dai miei gusti, ci sono rimasto due ore buone.
Lui ha iniziato a raccontarmi la sua vita: come è arrivato lì, cosa c’è dietro a certi pezzi, come ha messo insieme arte e imprenditoria. Di solito con i racconti troppo lunghi mi ammorbo abbastanza in fretta, qui no: c’era un filo logico, un intreccio personale affascinante. Ogni oggetto aveva una storia, e alla fine sono rimasto volentieri ad ascoltare.
Lettura, silenzio e quella mancanza lì
In mezzo a tutto questo, ho pure letto.
Libri, silenzio, nessun “fra dieci minuti devo andare da qualche parte”. Ogni tanto alzavo la testa, vedevo la botte, il bosco, la luce che cambiava.

Ed è lì che è arrivata una sensazione abbastanza netta: mi mancava qualcuno.
Non in senso melodrammatico, proprio pratico: qualcuno con cui ridere del letto dentro la botte, dell’acqua a 34°, dell’artista logorroico ma interessante, dell’olio troppo buono, del vino che “oh, però…”.
Mi sono goduto la solitudine, ma con la sensazione che certi posti, da solo, li abiti solo al 70%. Il resto lo riempiono le persone.
Tappa 2 - Vejano
La tappa di Reggello era il prologo.
Il motivo vero per cui mi stavo facendo tutte quelle ore di viaggio erano i due giorni di Leapcon: la nostra mini‑vacanza di gruppo nata da Star Citizen giunta ormai all’edizione 2955. Di solito ci vediamo in Toscana, dove nel tempo abbiamo affittato varie case che hanno visto più carne grigliata che molte sagre di paese.
Il punto è che il gruppo è cresciuto.
A un certo momento ci siamo trovati a cercare una casa per 15–20 persone, con letti veri, spazi comuni vivibili e, requisito ormai non negoziabile, l’aria condizionata. In Toscana, d’estate, con queste specifiche, il tutto è diventato più complesso di un contratto di livello alto in game.
La soluzione, quest’anno, è stata spostare tutto a Vejano, nel Lazio.
Non per motivi poetici, ma perché lì abbiamo trovato la casa giusta: abbastanza grande, con piscina, biliardo, calcetto, tavolone, angoli per chiacchierare e sopravvivere al caldo senza sciogliersi.
Piscina, bisca e altre discipline olimpiche
La piscina è diventata subito il nostro hub.
Chi dentro, chi a mollo con i piedi, chi seduto a bordo vasca a fare da commentatore delle disgrazie altrui. Il tutto accompagnato da un clima che definire clemente è poco: caldo sì, ma non mortale.

L’anno prima, in due giorni, avevamo dato il meglio in modalità “sacra sindone”, fermi, appiccicati e in cerca d’ombra. Quest’anno siamo stati decisamente più fortunati.
Quando non eravamo in piscina, la casa si trasformava in mezza sala giochi: il tavolo da biliardo e il calcio balilla hanno lavorato parecchio, sparsi lungo tutta la giornata.
Sul biliardo si sono alternate partite serie e tiri decisamente meno nobili, ma la vera sorpresa l’ho avuta al calcetto: stavo andando insospettabilmente bene, finché J., in arte Windy, ha deciso che era ora di ristabilire le gerarchie e mi ha dato una passata memorabile.
Giusto per ricordarmi che l’hubris, anche sul calcio balilla, si paga.

Cibo: la scuola toscana di ciccia e il master sul pesto
Capitolo cibo, perché ignorarlo sarebbe un falso storico.
Dai toscani ho imparato un principio semplice: se la ciccia non è alta almeno tre paffute dita, non è bistecca, è carpaccio. Di conseguenza, le grigliate avevano uno standard minimo piuttosto chiaro.

Accanto alla carne, ospiti fissi: provola affumicata (seria), altre leccornie provenienti da ogni dove, e soprattutto il pesto genovese DOC.
Qui ho scoperto una cosa che ignoravo: la ricetta “ufficiale” del pesto (non registrata in senso legale, ma riconosciuta dal Consorzio del Pesto Genovese) non prevede i fagiolini, ma la tradizione ligure sì. L’abbinata pasta, patate e fagiolini, da quelle parti, è praticamente un istituto. Io pensavo fosse una variante fantasiosa, un extra creativo, e invece ero proprio io quello in difetto di informazioni.
Da lì è partita la lezione tecnica: pestello vs frullatore/mixer.
Pare che usare il frullatore faccia cambiare colore al pesto perché lo ossida. Io, che sono pure daltonico, sul colore del pesto non ero esattamente il più autorevole al tavolo, ma l’idea che ci sia una discussione seria su questo mi ha comunque affascinato.
E niente, ho scoperto che dietro a “salsa buona per la pasta” c’è più scienza di quanta ne abbia mai sospettata.
Amici nati online che digievolvono
Tutto questo circo nasce da un videogioco.
Star Citizen, cuffie, voci in chat, JPEG molto cost— ehm… astronavi virtuali. All’inizio eravamo solo questo.
Ora siamo persone che fanno centinaia di chilometri, incastrano ferie, si sbattono per trovare case giganti in mezzo alla campagna.
Quest’anno, in mezzo a tutto questo, c’era anche un bimbo piccolissimo: E., in arte il Pioppino.
A un certo punto si è messo a ballare con me a bordo piscina, tranquillo, come se fosse la cosa più normale del mondo. Ogni volta che mi fermavo un attimo a riprendere fiato (che ormai l’età non perdona) venivo prontamente ripreso da lui: pausa non concessa, si balla e basta.
In quel momento mi è arrivata addosso, in modo molto semplice, l’evidenza che queste amicizie nate online non sono più “gli amici del gioco”: sono diventati parte del mio pezzo di mondo. E ci stanno entrando anche i loro figli, senza tanti preamboli.
Il ritorno: cronaca di una caccia al bagno senza file interminabili
Il viaggio di ritorno è stato lungo quanto promesso.
A differenza dell’andata, però, aveva un filo conduttore chiarissimo: trovare un autogrill con dei bagni senza coda chilometrica.
Impresa tutt’altro che banale: a ogni sosta sembrava di assistere al raduno nazionale dei pullman.
Diciamo che la densità di comitive organizzate e pellegrinaggi vari non ha aiutato. Qualcuno ha detto “maledetti pullman clericali”?
È in quei momenti che capisco i poeti maledetti e mi trasformo, per qualche minuto, in teorico dei preti maledetti. Poi respiro, torno una persona civile e vado a cercare un altro autogrill con code al bagno più cristia— ehm… civili.
Fatto sta che tra una sosta fallita e una accettabile, le ore si sono sommate.
A un certo punto ho avuto la sensazione molto limpida di essermi fatto del male da solo: stanchezza, rigidità, la mente in modalità “la prossima volta treno? aereo? teletrasporto?”.
Poi però sono arrivato a casa.
E lì è entrato in scena il vero, grande compagno di vita dei rientri: il water di casa.
Perché, diciamolo, la cacca fatta a casa è la migliore. Subito seguita, in una speciale classifica di comfort emotivo, da quella fatta in ufficio. Tutto il resto sono soluzioni temporanee.
A chi do il mio tempo?
Quando la schiena smette di lamentarsi e i chilometri tornano a essere solo un numero sul contachilometri, quello che resta non sono le ore di guida, ma una manciata di immagini molto precise: la solitudine un po’ strana ma bella di Reggello, l’artista che mi racconta due ore di vita in una casa troppo piena di cose, l’olio, il vino e tutte quelle deliziose cibarie, un Leapcon in trasferta tra piscina, calcetto e biliardo, e il Pioppino, che balla e non mi lascia fermare.
Il “non ho tempo”, visto da qui, assomiglia parecchio a “sto dando il mio tempo ad altro”. Questa volta l’ho dato a tutto questo. Non è stato comodo, non è stato riposante, ma se mi chiedo se lo rifarei, la risposta è sì. Magari con un minimo di strategia in più sugli autogrill. Ma su quello, temo, nemmeno Chabot possa aiutarmi più di tanto.
Note di servizio
Se ti va di commentare, raccontarmi dei tuoi viaggi assurdi o solo mandarmi foto di pesto del colore “giusto”, puoi farlo qui:
Leggo sempre tutto, magari non subito, ma arrivo. Nelfrattempo penso che uscirà anche qualcosa sul blog.
じゃあね – jaa ne!